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DeFi e criptovalute: urge una regolamentazione

Argomento clou degli appassionati del mondo cripto, ma anche cruccio dei Ceo delle grandi banche, la DeFi (Decentralized Finance) attualmente in rapidissima evoluzione, potrebbe davvero costituire un nuovo ordine finanziario.

Si tratta di un movimento che consente di ricreare nel mondo delle valute digitali tutti gli strumenti della finanza tradizionale in una architettura decentralizzata, dunque posta al di fuori del controllo di banche, imprese e istituzioni.

Una definizione ancora più ficcante viene fornita da Fabian Schär, direttore del centro di finanza innovativa dell’Università di Basilea, il quale in un articolo per la Federal Reserve Bank di Saint Louis, la descrive come “un’infrastruttura finanziaria alternativa costruita su blockchain”.

La grande promessa che la DeFi porta con sé risiede proprio nell’idea di eliminare le inefficienze di un sistema fortemente centralizzato, attraverso una decentralizzazione della finanza che avviene per mezzo della tecnologia.

Sebbene agli albori, questo affascinante connubio tra tecnologia e finanza, rappresenta uno sforzo organizzato e di crowdsourcing per far funzionare le valute digitali, proponendo alle persone ragioni finanziarie per detenere criptovalute, al di là di una pura speculazione sui movimenti dei prezzi.

Ad esempio, se finora, poter aprire un mutuo senza dover andare in banca, o scambiare criptoasset senza dover affidarsi a un broker, poteva ritenersi un’utopia, oggi sta diventando realtà concreta, grazie alla DeFi.

Per definizione la finanza decentralizzata poggia sulle criptovalute e sulle blockchain che supportano gli smart contracts.

Posto quest’assunto, qual è la normativa in merito alle valute digitali e riguardo le conseguenze in materia di adempimento delle obbligazioni?

Facciamo il punto.

Per prima cosa, c’è da constatare che la diffusione delle criptovalute, che appare sempre più inarrestabile, non è accompagnata da interventi normativi rilevanti, e a pagarne lo scotto sono, loro malgrado, consumatori e investitori.

Infatti, ai rischi di perdite economiche collegate al valore notoriamente volatile che caratterizza le valute digitali, si aggiunge l’eventuale cessazione delle attività dei gestori delle piattaforme di exchange o delle piattaforme – anch’esse non regolate – su cui vengono conservati i wallet.

L’assenza di intermediari non facilita neppure la promozione di azioni in caso di controversie, non essendo disponibili rimedi immediati. Non da ultimo, l’anonimato tipico delle criptovalute potrebbe determinare il rischio di impieghi illeciti.

Per quanto riguarda, invece, la materia delle obbligazioni, nell’ordinamento giuridico italiano, ai sensi dell’art. 1277 c.c, solo le monete aventi corso legale sono considerate un valido mezzo di estinzione delle obbligazioni di natura pecuniaria.

Quindi, si può estinguere un debito con le criptovalute? Trattandosi di “monete contrattuali”, cioè consensuali e non controllate da autorità centrali, le stesse sono autorizzate come mezzo di scambio soltanto dalla volontà delle parti. Pertanto, fatto salvo uno specifico accordo delle parti, il debitore non può in alcun modo opporsi all’eventuale rifiuto del creditore di riceverle in pagamento.

Dunque, il ricorso a criptovalute nell’ambito delle transazioni mantiene in ogni caso una base esclusivamente volontaria, anche se, di regola, lecita.

Il quadro legislativo difetta di una regolamentazione ad hoc rivolta alla creazione di un ambiente ordinato per lo sviluppo dei mercati cripto. C’è di buono, però, che non mancano i primi interventi mirati. In particolare, nell’ambito delle misure volte alla prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo, che in Italia è fondato sul D. Lgs. 231/2007.

In ogni caso, il contesto giuridico è destinato a mutare, ma come sempre il ritmo appare troppo lento rispetto alla velocità di sviluppo dell’economia digitale.

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