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Metaverso: un “mondo” nuovo, disintermediato e decentralizzato

Per gli scettici, Meta Platforms, la nuova creazione di Mark Zuckerberg, è una via di fuga dal presente complicato di Facebook, la cui reputazione è stata minata dagli scandali dei Facebook Files. Eppure, al netto di tutte le preoccupazioni relative alla crisi che attraversa l’azienda, il Metaverso è la destinazione più ambita del momento. E più vicina di quanto si creda.

Stando alle stime di Bloomberg, l’opportunità di guadagno globale del Metaverso si potrebbe aggirare, entro il 2024, intorno agli 800 miliardi di dollari. Scusate se è poco.

Questa nuova “isola del tesoro”, per big tech, imprese e professionisti, promette di essere il web 3.0 e appare come la next big thing del settore tecnologico.

Ma cos’è il Metaverso?

Il termine “metaverso” viene coniato nei primi anni Novanta dallo scrittore di fantascienza Neal Stephenson per indicare un mondo parallelo – e completamente digitale – in cui scappare se il nostro di mondo, quello reale, diventa insopportabile.

Insomma, uno spazio digitale all’interno del quale i nostri avatar personali mangiano, bevono, si vestono con abiti firmati, lavorano e consumano contenuti.

Un mondo nuovo, disintermediato e decentralizzato, dove il ricorso alla Blockchain, agli NFT e  alle cripto sarà potenzialmente massivo. La chiave per comprenderne il potenziale – ma anche i limiti – è senza dubbio la tecnologia, i cui progressi (vedi alla voce realtà aumentata) potrebbero determinare conseguenze profonde sia sui rapporti sociali sia sull’economia.

Chiaramente, l’approdo nel Metaverso degli utenti e dei consumatori richiederà un processo lungo, non solo per la portata degli investimenti e per il potenziamento dei software, ma anche per il non trascurabile gap tra la generazione dei 40-50 enni e quella dei nativi digitali, già abituati ad ambienti virtuali grazie alle piattaforme social, basti pensare ad Instagram o a videogames come Fortnite o Roblox.

Nel frattempo, nel Metaverso già entrano a gamba tesa svariati giganti, non solo del tech. Per esempio, Nike ha inaugurato una città ideale – chiamata Nikeland – sul Metaverso attraverso Roblox, dove tutti girano con abiti firmati Nike. Gucci, altro colosso dell’abbigliamento, ha proposto sfilate delle nuove collezioni su Fortnite, e ancora il brand di lusso Balenciaga, dall’accordo con Epic Games, ha creato per Fortnite skin e armi griffate.

È evidente che, in un simile contesto, realizzare una normativa potrebbe rivelarsi un’impresa a dir poco titanica. Immaginiamo solo cosa possa significare predisporre una normativa coerente, e possibilmente generale, per un ambiente che travalica addirittura i confini della fisicità.

Il Metaverso, infatti, dovrà affrontare una serie di problemi, in primis la sicurezza. A tal proposito, è balzata agli onori della cronaca la vicenda che ha visto vittima di molestie sessuali la ricercatrice Nina Jane Patel. La stessa, che in fase di testing di Horizon Worlds fu chiamata dalla Meta a sperimentare il Metaverso della società, ha denunciato di aver subito, con il suo avatar, molestie sessuali sessanta secondi dopo essere entrata nel mondo virtuale di Horizon.

Per non parlare poi della questione relativa alla protezione di dati, che nelle nuova realtà parallela saranno superiori a quelli acquisibili sul web, e all’uso dei dati biometrici che emergeranno dall’utilizzo dei visori. C’è poi la questione dei minori, ossia se ci sarà bisogno di un limite di età per l’accesso. Saranno da regolamentare anche la gestione dei data breach e della proprietà intellettuale, che può essere garantita dagli NFT per i certificati di autenticità e di proprietà di asset digitali unici che gli utenti del Metaverso possono scambiarsi.

Ancora una volta, il diritto interviene dopo la tecnologia, in un contesto di assoluta straordinarietà, il Metaverso, i cui limiti sembrano essere essenzialmente quelli dettati dall’immaginazione.

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