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Stati uniti alla resa dei conti

Gli Stati Uniti negli ultimi quattro decenni hanno messo in atto una serie di politiche che hanno attirato grandi quantità di capitale nazionale e globale nel proprio mercato azionario.

Rispetto ad altre nazioni sviluppate, dagli anni ’80 gli Stati Uniti hanno favorito il proprio settore azionario al di sopra della maggior parte degli altri paesi, il che ha reso il mercato azionario statunitense una calamita per i capitali provenienti da tutto il mondo. Questo ha portato la capitalizzazione del mercato azionario statunitense ad essere il 61% della capitalizzazione del mercato azionario globale, nonostante il PIL degli Stati Uniti rappresenti solo il 23% del PIL mondiale.

Ciò significa che l’economia statunitense è maggiormente dipendente dai finanziamenti esterni rispetto alla maggior parte degli altri paesi sviluppati. Di conseguenza, nell’eventualità di un calo del mercato azionario l’impatto sulla spesa dei consumatori, sulla crescita economica e sugli investimenti esteri sarà in misura maggiore per gli Stati Uniti rispetto ad altri paesi sviluppati: ad oggi infatti le azioni americane rappresentano circa il 200% del PIL statunitense, che è il massimo storico.

I bassi tassi di interesse hanno consentito valutazioni azionarie più elevate e incentivato il possesso di un’esposizione azionaria in eccesso. Il pericolo arriverà, tuttavia, se i tassi di interesse inizieranno a salire strutturalmente.

A questo punto infatti, la calamita che ha attratto tanti capitali nel mercato azionario verrà depotenziata proprio perché gli USA negli ultimi decenni hanno esportato tonnellate di dollari nel resto del mondo: cedendo sostanzialmente la loro base industriale perché meno competitiva rispetto ai paesi in via di sviluppo e permettendo alle nazioni estere di acquistare tonnellate di dollari comprando capitali azionari statunitensi. 

Infatti, come sostiene il Financial Times, il fatto che la vendita di tutto il petrolio mondiale avvenga in dollari, ha determinato che la risorsa principale non sia il petrolio ma la moneta. Pertanto, gli USA hanno progettato il sistema in maniera tale che ogni paese avesse bisogno di dollari, esportando molti dei quali attraverso un deficit commerciale strutturale.

Dopo decenni gli Stati Uniti sono dunque diventati una grande nazione debitrice e molti altri paesi sono diventati enormi creditori, il che significa che, gli stessi possiedono molti più beni statunitensi di quanti ne possiedano gli Stati Uniti. 

La crescita del mercato azionario statunitense è stata eccezionale ma ora siamo alla resa dei conti e le valutazioni azionarie sono così elevate che i flussi di fondi in corso necessari per mantenerle a questi livelli potrebbero diventare insufficienti, a causa della stretta monetaria annunciata dalla Federal Reserve in risposta all’inflazione. 

Lo slancio al rialzo potrebbe trasformarsi in slancio al ribasso, facendo sì che l’investitore si sposti verso altre attività e altri mercati.

La politica, durante il mandato di Trump, era tesa infatti a ricostruire una base industriale statunitense, sia per contrastare la Cina, ma anche la Germania e il Giappone, che grazie alla politica fondata sull’esportazione del dollaro hanno goduto di importanti fette di mercato, come ad esempio il settore automobilistico.

L’America si trova ormai alla resa dei conti, costretta dagli eventi e dall’inflazione galoppante a ripensare la propria economia dalle fondamenta cominciando dal dollaro, rimettendo al centro il prodotto e le esportazioni,  ricostruendo in questo modo una capacità produttiva che è stata sacrificata all’altare di Wall Street.

Sembra una sfida difficile ma gli americani ci hanno sempre sorpreso quanto ad inventiva e fantasia, soprattutto in finanza.

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